13 novembre 2008

Giudizio o perdono?

Ultimamente va molto di moda la convinzione che noi in quanto uomini non abbiamo il diritto di giudicare i nostri simili.
D'accordissimo, però vediamo di non creare fraintendimenti.

Innanzitutto, perché noi non abbiamo il diritto di giudicare gli altri?
Io credo che sia per due ragioni: la prima è che non conosceremo mai l'altro così a fondo da poter capire appieno le motivazioni che l'hanno spinto a commettere un qualsiasi atto che riteniamo negativo.
L'atto in sé lo possiamo sicuramente giudicare, e non penso che sia necessario essere dei geni per distinguere tra atti buoni e cattivi.
Quello che non possiamo giudicare è chi ha commesso l'atto, poiché, come dicevo prima, non avremo mai una conoscenza così completa e profonda da poter essere veramente sicuri del nostro giudizio, senza lasciare possibilità di errore.

L'altro motivo per cui credo che non dobbiamo assolutamente giudicare un'altra persona è che il suo valore va molto oltre l'atto che ha compiuto.
Questo è il punto cruciale che ci permette di distinguere veramente chi non giudica per principio, per amore, e chi invece si astiene dal giudizio per convenienza e solo quando gli fa comodo.

Già perché, anche se oggi va molto di moda il fatto di non dover giudicare nessuno, proviamo a dare un'occhiata a come questo principio viene rispettato: se un nostro amico, ad un certo punto, per motivi che non conosciamo, fa qualcosa di sbagliato, poiché non lo dobbiamo giudicare non gli diciamo nulla, non cerchiamo di capire perché l'ha fatto, ma anzi ce ne laviamo le mani e cominciamo a prendere le distanze, sperando che capisca da solo di aver sbagliato e lasciandolo solo ai suoi problemi.

Quando invece succede che un ubriaco al volante, un qualunque sabato sera, investe e uccide una coppia di giovani fidanzati, che stavano passeggiando mano nella mano, poi tenta di scappare ma viene catturato, allora alla faccia del non giudicare! Alla faccia dell'essere giusti! Non esiste più nulla di lui, il suo passato, la sua storia, i suoi affetti, i suoi pensieri, i suoi principi...siamo tutti pronti a scagliarci contro di lui, a far sentire la nostra indignazione e la nostra rabbia, così tutto di lui viene ridotto a quell'atto, che finisce per rovinargli la vita senza via di scampo, senza strada per la redenzione.

Ma allora siamo veramente così sicuri di essere privi da ogni giudizio, di essere così perfetti da poter dire agli altri quando giudicare e quando no?

Non giudicare vuol dire prendere coscienza del fatto che il valore di ogni persona va molto oltre le sue azioni, i suoi pensieri e, in generale, i suoi peccati. Significa essere sempre pronti ad accettare e perdonare il prossimo.
Allora, anche quando un nostro amico fa qualcosa di sbagliato, cercheremo di stargli il più vicino possibile, cercando di capire perché l'ha fatto, e se veramente ha peccato, allora dovremo aiutarlo a capire il suo errore, ma senza per questo farlo sentire privato di una parte del suo valore.

E se qualcuno compie un atto tanto sconsiderato come l'altro esempio sopra, a maggior ragione non dobbiamo prenderci il diritto di giudicarlo universalmente come persona, né lui, né le sue vittime, poiché il pericolo, a ben pensarci è lo stesso: quando succede un fatto di questo tipo, i media dedicano, indicativamente, un 20% del tempo alle vittime, e il restante 80% all'assassino, e già questo è significativo in sé.
Ma pensiamo poi a come viene impiegato questo tempo: le vittime stesse vengono dipinte come degli eroi, dei santi, dei martiri della strada, ma anche la loro storia viene in questo modo cancellata e dimenticata e di loro, delle loro scelte, delle loro idee e delle loro persone, non resta nulla, se non il modo in cui sono morti, e che di sicuro non si sono scelti. L'assassino poi, come dice appunto la parola, viene descritto poi solo in funzione del suo atto, che diventa quindi più importante sia di chi l'ha compiuto, che di chi ne è stato vittima! Ma il valore di una vita umana supera veramente il valore di ogni altra cosa su questo mondo, o no?!?


Ricordo la mia prof. di religione dell'anno scorso: lei si dichiarava contraria alla pena di morte (e vorrei anche vedere), però, quando abbiamo discusso dell'episodio di quel signore che aveva segregato per diciotto anni sua figlia, mettendola incinta più volte e tanto altro, disse: "In questo caso non vedo altra soluzione se non la pena di morte"...
Cosa???
Ma allora:
1) quando parli di quel Gesù che predicava il perdono, pensi che si riferisse alla maggioranza delle persone? Pensi che si fosse dimenticato di aggiungere che ci sono delle eccezioni che, sì, in effetti, non è necessario perdonare, perché tanto non c'è niente da fare?
2) ti prendi entrambi i diritti di giudicare e togliere una vita che non ti appartengono assolutamente? Ancora una volta allora giochiamo a fare Dio, perché di questo si tratta! E se paragoniamo il nostro atto con quello dell'ubriaco di prima, ci viene da ridere! Come potrebbero essere sullo stesso piano? E infatti il nostro è ben peggiore: innanzitutto lui era ubriaco e non del tutto cosciente di ciò che faceva, mentre noi siamo perfettamente consapevoli di quello che stiamo facendo, per di più sappiamo che il diritto di togliere una vita e di giudicare non ci appartengono, e nonostante questo saremmo pronti a decretare la morte di un uomo così a sangue freddo?



Penso che tutti noi dovremmo cercare di allargare i nostri orizzonti dell'amore e del perdono, e allora sì che questo sarebbe un mondo migliore!


P.S.:io non ho giudicato la mia ex-prof. di religione, anzi, conservo un ricordo positivo di lei e mi farebbe anche piacere rivederla, ho invece giudicato quella sua specifica affermazione, cercando di mettere in risalto le incoerenze in cui talvolta tutti incappiamo anche quando siamo convinti di agire per il meglio.

Inciso problematico

Siamo più capaci di risolvere i problemi degli altri piuttosto che i nostri, anche quando questi risultano molto più semplici... Non sarà che ci spaventano le nostre stesse soluzioni?

12 novembre 2008

Pascoli, Temporale

Un bubbolio lontano...
Rosseggia l'orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare,
tra il nero un casolare,
un'ala di gabbiano.



Pascoli, a causa della sua infanzia difficile, segnata dall'omicidio del padre e dai successivi lutti familiari, durante la sua vita ebbe sempre a cuore il tema del nido, come fonte di consolazione e ristoro dai dolori che la vita gli aveva imposto.
Ciò si rispecchia, nella sua vita, nel costante sforzo di riunificazione e mantenimento dell'ormai piccolo nucleo familiare che gli era rimasto, composto da due sorelle, oltre a lui stesso.
Sforzo che non sempre diede i suoi frutti, ricordiamo il dolore causatogli dal matrimonio di una sorella, e che, tuttavia, anche lui non perseguì sempre con lo stesso costante impegno: quando infatti si presentò anche al poeta l'occasione di sposarsi, purtroppo in seguito sfumata, non esitò ad allontanarsi dall'ultima sorella rimasta nel "nido". Ma forse ciò fa parte del ciclo naturale di ogni nido, inteso come nucleo familiare.
Nella poetica di Pascoli invece questo tema viene presentato soprattutto nel suo aspetto protettivo e consolatorio di cui può godere chi ne fa parte, e di ciò possiamo trovare testimonianza nella lirica "Temporale".
Apparente idillio in cui il poeta si limita a descrivere un paesaggio naturale, come nella lirica "Novembre", seguendo la sua vena contemplativa, e a suscitare in noi sentimenti ed emozioni direttamente collegati alla scena descritta, in realtà, in questa poesia Pascoli ci narra della sua concezione ed esperienza delle dinamiche della vita, ed è quindi più vicina a "X Agosto".
Ogni parola si carica di un doppio significato: uno diretto ed evocativo, ed uno più nascosto ed esplicativo.
"Un bubbolio lontano": il temporale non è ancora arrivato, ma incombe su di noi, ineluttabile come solo il destino sa essere.
Un destino di morte e distruzione: l'acqua, da sempre fonte di vita, viene sconfitta dall'elemento che aveva finora dominato, il mare prende fuoco, la morte prende il sopravvento sulla vita.
Dall'altra parte il monte, l'elevazione l'innalzamento dello spirito dell'uomo, che da sempre lo porta a far spaziare il suo sguardo fino a orizzonti più lontani e luminosi a scoprire una nuova dimensione della vita che la rende in grado di salvarsi dalla morte terrena. Questa è l'ultima speranza, anche se il mare prende fuoco, sul monte l'uomo può trovare la sua salvezza.
Ma ormai sul monte non c'è più nulla, o meglio, c'è il nulla, l'oscurità più completa, che toglie anche quest'unica speranza rimasta.
E tra il nero dell'annullamento e il rosso della distruzione, resta solo il bianco della morte, i resti di ciò che un tempo è stato e ora viene dilaniato dai venti, da quegli stessi venti che fanno avanzare le nubi nere, alimentano il fuoco e si scagliano e si nutrono della devastazione da loro portata.
Ma ecco che, in questo scenario più che apocalittico, in cui sembra non esserci più posto per la speranza, come un gabbiano, capace di resistere e di volare anche nel cuore della tempesta e venuto ad offrirci la sua protezione, un casolare si staglia nel nero del temporale.
Un casolare in cui trovare conforto, come nel proprio nido, dalle avversità della vita, dalla disperazione che sembra sul punto di prendere il sopravvento e in cui aggiungo io, provar a resistere per un futuro in cui gli stessi venti che hanno portato a noi le nubi del temporale, ora le allontaneranno, stendendole sul fuoco che imperversa ancora sul mare. Potremo così vedere che la cima del monte è ancora come e dove era prima, che è ancora possibile salirvi e, da lì, guardare il mare e vedere che il fuoco in realtà ne ha solo sfiorato la superficie, senza riuscire a giungere nelle sue profondità.
Nella vita ci sono momenti bui ma, come i temporali , sono di breve durata e, per riuscire a superarli, ognuno di noi deve essere in grado di trovare o costruire il proprio casolare.

16 settembre 2008

Il più grande motore

L'Amor che move il sole e l'altre stelle: così Dante concludeva la Divina Commedia; già, ma che cos'è che muove invece l'uomo? Sarà anche in questo caso l'amore?
Sicuramente non esiste un'unica risposta a questa domanda: l'uomo infatti può essere mosso da migliaia di differenti motivazioni, alcune delle quali riconducibili appunto a tale sentimento, altre purtroppo no.
Ma esiste allora una differenza tra un'azione compiuta nel nome dell'Amore e una invece fatta sotto la spinta di sentimenti più negativi?
Io penso che potremmo paragonare i sentimenti come a vari tipi di carburante: forse alcuni rendono meglio rispetto ad altri, però bisogna fare attenzione che a lungo andare non rovinino il motore; la paura ad esempio fornisce quasi sempre una spinta maggiore del sentimento che proviamo nei confronti di un amico, tuttavia ci dobbiamo allenare, perché anche di questo si tratta, a non farci dominare da essa ma a muoverci alla luce dei sentimenti positivi.
Talvolta questi ultimi sono anche più precari di quelli negativi: pensiamo ad una situazione di felicità che per una fatalità del destino venga ad infrangersi, lasciando dentro di noi un enorme vuoto; non è facile fare altrettanto nei confronti di un odio profondo, indirizzato verso un qualunque bersaglio, e maturato col tempo per motivazioni spesso sbagliate.
Tuttavia, forse è proprio per questo che ci troviamo qui: per imparare a vivere seguendo i sentimenti che, grazie alla morale di cui tutti siamo naturalmente dotati, sappiamo giudicare come buoni.
Ma a ben pensarci, che cosa ci rende felici? Seguire le nostre passioni, ovvero fare qualcosa dalla quale sappiamo che arriveranno sì dolori, fatiche, sacrifici e qualche volta anche delusioni, tuttavia dalla quale abbiamo anche la certezza che un giorno arriverà una grande felicità.
Quindi, facendo ciò per cui ci sentiamo chiamati a vivere, ci sentiamo felici perché sappiamo che in futuro lo saremo...ma la cosa non è un po'fine a sé stessa? E poi, anche una volta che fossimo riusciti a raggiungere la felicità, che cosa faremo? Non ci sentiremo inquieti e tremendamente impauriti, sapendo che da qui in avanti si può solo scendere, per di più forse anche bruscamente? Sapendo che tutto quello che abbiamo guadagnato con tanta fatica può essere spazzato via da un momento all'altro?
Forse allora è proprio come dice Primo Levi, ovvero che non esiste la felicità perfetta, a causa sia della nostra natura animale che delle casualità del destino. Ma io sono convinto del contrario! Perché altrimenti tutte le volte che siamo felici, sentiamo di poter raggiungere un livello di felicità ancora più alto? E perché non ci accontentiamo delle piccole soddisfazioni quotidiane, oppure di un'immensa felicità, che duri però solo un brevissimo tempo? Perché la nostra anima, unita in noi alla nostra natura animale, ma da essa separata, desidera qualcosa che non può ottenere? Forse perché in realtà lo può ottenere...ma come? Risolvendo appunto i due problemi esposti sopra, ovvero sciogliendo i legami dell'amore e della felicità dal puro mondo materiale che rimane quindi solo un mezzo per giungere ad essi, ma qui termina il suo compito. I due più nobili sentimenti, uno orientato alle altre persone ed uno al nostro stato interiore e dai quali provengono tutti gli altri sentimenti positivi, devono trovare una base più salda nella nostra vita, se veramente vogliamo impedire che vengano spazzati via dalla prima avversità. Quale sia questa base più resistente e vera, e come fare per costruire su di essa però, non siamo più noi a dirlo, bensì un uomo vissuto circa duemila anni fa, e venuto proprio per dirci che la felicità e l'amore esistono apposta per noi, e che esiste un modo per renderli eterni.

14 settembre 2008

Al ritorno dall'ultimo campeggio...

Quante cose si potrebbero dire su una settimana così intensa di divertimento, riflessione, preghiera e conoscenza!
Come ho già detto a Don Tarci, sento che questo campo è stata la degna conclusione che il Signore mi ha regalato dopo un'estate passata cercando di dedicarsi a Lui.
Dopo l'esperienza di Lourdes, in cui ho imparato soprattutto a conoscere meglio le persone, il campeggio con i bambini delle elementari, che ha rafforzato i legami tra noi ragazzi che eravamo nel ruolo di educatori e mi ha riavvicinato al mondo dei bambini, il campo delle medie, in cui ho cercato di imparare a far convivere la dualità dell'essere sia amico che educatore, in un ambiente e in un'età difficili, quest'ultimo campeggio, andando direttamente al cuore delle cose, mi ha permesso di muovere qualche passo in direzione del Signore.
Le occasioni per fare ciò sono state molte e diverse tra loro, ad esempio durante le catechesi, suddivise in tre tappe, in cui abbiamo discusso e ci siamo confrontati su diversi argomenti, ed è stato particolarmente bello perché quasi tutti si sono messi in gioco, ognuno con le proprie idee, a volte anche contrastanti tra loro, ma senza paura o vergogna.
Nella prima tappa abbiamo riguardato la nostra vita sotto l'aspetto dell'Annuncio, cercando di cogliere coloro che sono stati per noi più importanti per la crescita della nostra fede, analizzando i vari ruoli della famiglia, della scuola, degli educatori e dei sacerdoti.
Nella seconda, che si è estesa poi alla giornata comune e alla veglia, abbiamo riflettuto sull'importanza dell'essere pronti a rispondere e a riconoscere la chiamata di Cristo e di diffondere la Buona Novella, l'Euangelion: Besorà.
Nella terza e ultima tappa abbiamo discusso su come portarla nella nostra vita di tutti i giorni.
Un'altra importante occasione è stata sicuramente la chiacchierata che ho fatto con Mavron durante la seconda camminata: non sapevo e non mi sarei mai aspettato che fosse una persona così profonda, nonostante sia stato mio educatore per due anni.
Mi ha aiutato a riflettere sui fondamenti della fede, a costruire meglio la mia casa sulla roccia e con tanto di fondamenta: ama il prossimo tuo come te stesso, quindi non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te; fatto questo vivi secondo le tue passioni, perché chi segue le sue passioni ama ed è felice, o viceversa, è felice e quindi ama; ma una volta trovate la felicità e l'amore, non fermarti a questo, ma riconducile a Dio e fa che dalla fede in Lui scaturiscano, perché solo così saranno davvero salde come, appunto, una casa costruita sulla roccia; le passioni quindi non sono il senso della vita, ma un mezzo per arrivare alla felicità ed all'amore, che a loro volta sono i mezzi per arrivare a Dio. Quest'ultimo passo in particolare è molto importante a per nulla scontato, perché se non viene fatto la nostra felicità sarà sempre come una casa costruita sulla sabbia che può crollare da un momento all'altro. Come fare allora per mettere in pratica quest'ultimo punto, ovvero per vivere secondo gli insegnamenti di Gesù? Ottimizzare i tempi della nostra vita, riservandosi dei momenti per pregare e riflettere su ciò che facciamo, per capire se stiamo facendo del bene o meno, se potremmo fare di meglio, e se in questo modo ci stiamo avvicinando a Lui. Riservandoci così un po'di tempo per la nostra preghiera personale manterremo salda e aumenteremo la nostra Fede. Altro aspetto importante è la simultaneità di questi tre punti.
Come non parlare poi di Don Tarci, con le sue omelie e i suoi insegnamenti, efficacemente impressi grazie alla sua personalità travolgente e simpatica.
Ma i momenti migliori per la riflessione sono state sicuramente le camminate, con le magnifiche vedute dei paesaggi naturali nella loro possenza e maestosità, i compagni di viaggio accuratamente selezionati e la fatica e il sudore per arrivare poi in cima e sentire il proprio cuore aprirsi all'infinito...
E poi la giornata comune, durante la quale abbiamo rivisto tutti gli amici che purtroppo erano in una casa diversa dalla nostra, in particolare la Sara, Tommy, Tomma, Cesa e la Vale, con i quali ho condiviso anche l'esperienza di Lourdes.
Infine il momento della veglia, durante la quale, nonostante il sonno, abbiamo riflettuto e pregato, in silenzio, in presenza del Signore e che, personalmente, mi è servita molto per capire e vedere quanto veramente egli sia presente nella mia vita e quanto abbia ascoltato le mie preghiere di farmi sempre più avvicinare a Lui.
Concludo infine con tutti gli amici, sia nuovi che vecchi: ora la sfida è aperta, riusciremo a portare un po'di Besorà anche nelle nostre parrocchie? Ce la faremo a mantenere e continuare a coltivare queste splendide amicizie nate e cresciute al campeggio?
Io dico di sì...

17 agosto 2008

L'amica ritrovata

Che effetto fa rivedere una persona dopo sette anni di silenzio, in cui ognuno è andato avanti a vivere la sua vita, quasi dimenticando quei seppur brevi tratti percorsi insieme?
Magari per un adulto può anche essere una cosa tutto sommato ordinaria, ma per me che ho 18 anni, dato che 18-7=11, è stato un incontro imprevedibile.
Innanzitutto non mi ero preparato, nel senso che non mi ero reso conto che fossero passati sette anni, e di quanto fossero lunghi per due ragazzi della nostra età...
Già, dagli undici ai diciotto anni cambia veramente tutto ed è stato affascinante osservare come la persona che mi sono ritrovato di fronte fosse completamente diversa da come me la ricordavo e da come mi sarei aspettato di trovarla.
Quella che avevo in mente io era una bambina guardata attraverso gli occhi di un bambino, quello che invece ho visto è stata una ragazza guardata attraverso gli occhi di un ragazzo, ed inizialmente mi era sembrata veramente irriconoscibile, finché, al primo sorriso, il bambino che era in me ha riconosciuto la bambina sua amica e le ha ricambiato il sorriso, e così ho ritrovato in lei la prima caratteristica che mi ricordavo.
Vi è mai sembrato di notare che, per quanto qualcuno possa cambiare fisicamente nel tempo, se sotto la persona rimane sempre la stessa, anche il sorriso resta tale? Secondo me deve succedere qualcosa di grosso nella vita di una persona per cambiare il suo sorriso, sia in positivo che in negativo...
Altra piccola nota: spesso ci lamentiamo, o almeno, io mi lamento, che le persone in generale sorridono poco, eppure pensandoci bene, diciamo su un buon 80% dei casi, se tu sorridi ad una persona, con un sorriso vero, questa lo ricambia; quindi, quando qualcuno non mi sorride, più che chiedermi perché non lo fa o lamentarmi inutilmente, sarebbe meglio pensare se io gli sto sorridendo, altrimenti le mie lamentele valgono prima di tutto proprio per me stesso...
Comunque, tornando al primo sorriso, da lì in poi ho cominciato a ritrovare tutti quei tratti di bambina che ricordavo e a riconoscerli cambiati e migliorati nel corso del tempo, oltre a scoprirne ovviamente anche di nuovi.
A questo punto abbiamo cominciato a rievocare anche tutti quei momenti che avevamo trascorso insieme da bambini, a cui magari nessuno di noi due pensava più da anni e non credeva neppure di ricordare; poi mi ha anche portato un bel po'di notizie del mio caro paese d'infanzia, Caravaggio, ed è stato fantastico sapere che sono più o meno ancora tutti lì, come lei, ognuno con una parte della loro vita che io non conosco e che in questo momento mi affascina un sacco, irriconoscibili al primo sguardo, ma in fondo proprio come li ricordo da bambini!
Questo mi ha aiutato anche a ricordare come ero io da bambino, a riconoscermi in come sono adesso, e a valutare quello che ho vissuto durante questo tempo.
Insomma, è stata veramente un'emozione unica ritrovare una persona che non vedevo da tanto tempo, così tanto legata alla mia infanzia eppure, con essa, così presto dimenticata...Spero ora che questo incontro non sia stato un'oasi nel deserto e che non debbano passare altri sette anni prima di rivedere o almeno risentire qualcuno di loro, nonostante i 350km che ci separano, anche perché, se per un bambino è facile dimenticarsi un amico, altrettanto non è per un ragazzo...fortunatamente!

P.S.:auguro a tutti di vivere esperienze come questa, anche se sono sicuro che il post non renda neanche un decimo di quello che ho vissuto io ieri!

9 luglio 2008

Verso l'infinito, e oltre...

Ma io che cosa voglio dal mio futuro?
Questa domanda ultimamente sta cominciando sempre di più ad esigere una risposta da me, in parte a causa della situazione ad "alta tensione" che si sta creando nella nostra classe di flauto, in parte perché anche io mi rendo conto che non posso fare tutto quello che mi piacerebbe, o almeno, non subito, e in parte perché ultimamente ho scoperto di avere delle prerogative ben più importanti di quelle che avevo avuto finora, senza le quali sento che la mia vita tornerebbe ad essere insipida, come ogni tanto mi è già parso che fosse.

Ora mi ritrovo di fronte un'estate che qualche giorno fa credevo essere molto più lunga di quanto mi sembri adesso, ad un mese esatto dall'inizio delle vacanze.
Forse dipende dal fatto che mi sono reso conto che i miei progetti erano molti e concretamente potrei non riuscire a metterli tutti in pratica e a prepararli: i campeggi, gli amici, la riflessione e la preghiera, il perfezionamento del flauto, i saggi finali, l'esame di ammissione in composizione, lo studio del Java, la patente...
Come al solito il rischio nel voler fare troppe cose tutte insieme è di non farne bene nessuna, ma questo sinceramente non mi spaventa affatto, sono pronto a verificare con occhio critico i risultati ottenuti e a prendere delle decisioni, a stabilire delle priorità, se necessario.
La cosa più difficile sarà probabilmente fare accettare queste mie priorità ad altre persone, più o meno direttamente interessate, e decidere poi quando continuare o riprendere i progetti rimandati più avanti.
Queste decisioni le dovrò prendere alla luce di come mi vedo io nel mio futuro, di quello che desidero essere, anche perché sento che è arrivata l'ora di mettersi un attimo a pensare seriamente al domani.
Ho detto seriamente, che non significa contando quanti soldi mi torneranno nelle tasche, come troppi credono, ma casomai considerando quello che mi renderà felice.
Sicuramente non sarà la musica fine a se stessa a rendere la mia vita degna di essere vissuta, né d'altra parte studi di nessun genere.
Ciò che rende viva la vita sono le altre persone, quindi tutto quello che deciderò di fare lo farò sempre guardando chi mi sta intorno e mettendo al centro di me stesso l'amore per gli altri.
Non so ancora quale sarà la mia strada nella vita, ma so che non camminerò tanto per camminare, né camminerò da solo. Chi mi ama veramente capirà, chi pensa di amarmi forse no, ma per questi ultimi sinceramente, sono indifferente.
Viva la vita!